una giornata di caccia in Valle Susa con Niccolò Bianco
a cura di Mattia Trabaldo
“Non andartene docile in quella buona notte,
i vecchi dovrebbero bruciare e delirare quando cade il giorno;
Infuria, infuria, contro il morire della luce. […]
Dylan Thomas, 1951.
È ancora buio, molto buio. Non c’è la luna questa notte. Intorno a noi il silenzio è rotto solamente dal rumore dei nostri passi. Ritmati, uno davanti all’altro, a ricalcare le impronte nella neve di chi ci precede. La luce fioca delle frontali offre il palcoscenico a soffici nuvole di vapore, che dalla bocca condensano nell’aria fredda della notte. Il bosco si prepara all’avvenire. Non lo vediamo, avvolto com’è nell’oscurità, ma percepiamo la sua presenza austera che ci sommerge. Procediamo lentamente lasciando dietro di noi tracce geometriche, alcune tra le tante che già affollano il bianco mantello.
Parliamo poco, piccoli gesti, flebili sussurri, quanto basta per intenderci senza turbare quel sinistro ma affascinante equilibrio. Le stelle hanno quasi completato il loro peregrinare sulla volta celeste e già all’orizzonte un timido bagliore si fa spazio tra l’oscurità. È la mattina di un sabato di novembre e una giornata di caccia è appena cominciata. Qualche giorno prima mi sto sentendo in una delle numerose conversazioni telefoniche con Niccolò. Una di quelle conversazioni che cominciano da una semplice domanda per protrarsi in infinite divagazioni, molte delle quali irrisolte e abbandonate su una chat di Whatsapp per l’eternità.
Stiamo organizzando una giornata di caccia assieme, che malauguratamente continua a sfuggirci. Prima dobbiamo destreggiarci tra gli impegni di ognuno poi, quando finalmente sembrano allinearsi gli astri, il meteo ci rovina nuovamente i piani. Questo schema si ripete da qualche settimana ormai ma, in parte frustrati e in parte motivati, continuiamo a provarci. Finalmente un venerdì di inizio novembre tutto sembra filare per il verso giusto e puntiamo la sveglia degli orologi per il mattino seguente. Definire le due e trenta della notte come mattino non credo sia appropriato, ma per me quell’ora segnava l’inizio della giornata. Il ritrovo con Nic è fissato alle quattro all’uscita autostradale di Ivrea, classico snodo tra Piemonte e Valle d’Aosta.
Conosco Niccolò da poco più di un anno, come me è un ragazzo di trent’anni alle prese con gli impegni quotidiani della vita, tra famiglia, lavoro e passioni. Si può dire che, nonostante i nostri numeri di telefono abbiano un prefisso diverso, siamo praticamente vicini di casa. Lui valdostano della valle di Gressoney, io piemontese della Valsesia. Entrambi ci addormentiamo tutte le sere all’ombra del Monte Rosa, lui su un versante, io sull’altro. Come spesso succede la stessa montagna ti accomuna anche nelle passioni e negli interessi tra sci, alpinismo, caccia e pesca. Incontro Niccolò per la prima volta tramite il mio lavoro, quando mi chiede alcuni ragguagli su del vestiario che vorrebbe acquistare. Lo invito a fare una visita in azienda e scopro così che nonostante abbia davanti a sé ancora molti anni di caccia, è già quello che definirei un “cacciatore completo”. In più di dieci anni di licenza ha saputo costruirsi un background da cacciatore di montagna che spazia dalla caccia di selezione fino alla tipica alpina.
Quello che sicuramente accomuna tutti i cacciatori delle Alpi è l’amore incondizionato per l’elemento stesso: la montagna. Non tutti però sanno destreggiarsi tra le differenze della caccia agli ungulati e quella con il cane da ferma. Niccolò invece sì, e gli riesce talmente bene che viene difficile dire quale delle due sia la “sua” caccia. Appassionato di tiro e ricarica come di cinofilia, intreccia le sue passioni con una metodicità fuori dal comune. La sua voglia di approfondire ogni tematica con passione e umiltà lo porta così in poco tempo a diventare un membro del nostro Promoter Network. È una persona pacata “il Nic”, di quelle che parlano poco e mai a sproposito, che pesano le parole perché le ritengono importanti. Finalmente dopo numerosi tentativi e altrettanti rinvii, riusciamo a ritagliarci una giornata di caccia assieme. Percepisco dalle sue parole che avrebbe voluto portarmi al cervo, una di quelle cacciate che iniziano all’alba e terminano al tramonto se sei fortunato, purtroppo il continuo procrastinare ci costringe a rivedere i piani.
Optiamo così per un’uscita al camoscio in Val di Susa per quella che, almeno sulla carta, sembra un’opzione più sicura. Il meteo però complica le cose. Da qualche settimana sembra finalmente essere arrivato l’autunno, portando con sé un po’ di instabilità in montagna e una perturbazione dall’Atlantico si dirige diritta sul versante ovest dell’arco alpino. Abbiamo una finestra di bel tempo fino alle dieci del mattino, ora in cui dobbiamo prevedere il rientro alla macchina. Nonostante io riesca a percepire la sua sicurezza,
Nic si tiene sulla difensiva senza assicurarmi, da buon cacciatore, il successo dell’uscita. Sono le cinque e trenta del mattino, la chiave gira e il motore si spegne. Siamo nel Comprensorio Alpino Alta Valle Susa nel comune di Cesana Torinese e anche se intorno a noi è tutto buio, le Alpi Cozie ci fanno da sfondo. Una su tutte ci osserva: la vetta del monte Chaberton. Una montagna mitica, che tutti gli appassionati, forestieri e non, conoscono o ci sono saliti almeno una volta a piedi, in mtb o con gli sci. Molti appassionati di montagna subiscono la fascinazione di certe cime, non per forza per il grado di difficoltà o l’altimetria, a volte semplicemente dalla loro collocazione o ancora dalla loro storia. Questa è una di quelle ed essere ai suoi piedi oggi aggiunge sacralità al momento. Saliamo lungo la vecchia strada militare che porta alla cima innevata, un tempo usata per facilitare l’accesso ai convogli militari. Il cielo è terso, l’aria pungente. Quelle mattine che con una mano ti porgono l’illusione di una giornata serena, mentre con l’altra ti forniscono le prime avvisaglie di cambiamento. Al sorgere del primo sole, pennacchi di neve trasportata dal vento si innalzano dalle creste circostanti. Dobbiamo affrettarci.

Dopo circa un’ora di cammino il sentiero devia sulla destra, nascondendo poco più in alto una radura tra i larici. Nic mi fa segno di fermarci. Ci prendiamo un momento per valutare la situazione. Da una parte vorremmo proseguire alzandoci ancora di quota, per aggiungere alla giornata quell’incertezza che inconsapevolmente piace a tutti i cacciatori. Dall’altra però il sole, che solo pochi attimi prima ha fatto la sua apparizione all’orizzonte, si è già nascosto tra le nuvole. È strano come uscire dalle nostre zone di comfort ci attragga come una calamita verso il continuo desiderio di andare oltre. Quando raggiungiamo la piena confidenza in un’azione, allora ci spingiamo un po’ più in là. Io e Nic ci troviamo in questa situazione: da un lato la sicurezza di trovare in quella radura il capo giusto da abbattere, dall’altro la volontà di non accontentarsi di un finale già scritto. “Diamo solo un’occhiata con il binocolo” sussurra il mio compagno, fiducioso che quell’azione ci aiuti a prendere una decisione.
Passa qualche minuto e arriva il responso: “C’è una femmina, ha un corno spezzato”. Sembra un animale vecchio, in linea con l’abbattimento che dobbiamo eseguire e l’anomalia rende il trofeo più interessante. Decidiamo di osservarla per un po’, per escludere la presenza di un’eventuale prole al seguito. Mentre guardiamo l’animale scaldarsi alle prime luci del mattino, il vento si fa più forte e scuote le fronde dei larici tutt’intorno. Il tempo sta cambiando più in fretta del previsto. Incalzati dal meteo avverso prendiamo una decisione. Niccolò si posiziona, apre il bipiede, carica l’arma, telemetra e compensa la caduta del proiettile. “Mattia io vado” dice lui, mentre mi infilo i tappi e osservo l’animale attraverso il lungo. Il fragore dello sparo mi distoglie per una frazione di secondo lo sguardo dall’obiettivo. Una crepa nel silenzio, una sentenza di non ritorno. Il colpo è assestato alla perfezione. L’animale collassa immediatamente a terra e dopo poco offre il fianco alla montagna rotolando per qualche metro a valle.
Niccolò mi guarda e mi complimento con lui. Senza accorgercene stiamo ancora sussurrando, nonostante il rumore dello sparo abbia messo in fuga tutti gli animali nelle vicinanze. È un’inconsapevole forma di rispetto penso, un vano tentativo di lasciare immutata quell’atmosfera di cui abbiamo goduto fino a poco prima. Silenziosi ma soddisfatti dell’azione decidiamo di non perdere tempo prezioso e, ritirato tutto negli zaini, procediamo al recupero. Siamo a circa 2000 metri, il pendio è ripido e la neve ci rallenta il passo. Le tracce rosse sul manto bianco ci offrono però un segnavia inconfondibile e individuiamo senza problemi l’animale. È una femmina asciutta, poco dopo al centro di controllo verrà stimata di circa 9 anni.
Nic passa una mano sul corno dell’animale, lo afferra e ruota leggermente la testa verso di sé a fissarlo negli occhi. Colgo il momento con la macchina fotografica. Non c’è sorriso sul suo volto. Uno sguardo e un rispettoso silenzio valgono più di molte parole. Alzo gli occhi verso l’alto, lo Chaberton ci osserva imponendoci il rigore di chi ci ha appena fatto dono di uno dei suoi figli. Soddisfatti e felici, scendiamo a valle.
Quelle ore trascorse nella natura, a contatto con i suoi ancestrali elementi, ci hanno colmato l’animo di emozioni. Ci hanno fatto percepire un legame profondo, troppo spesso assopito dalla quotidianità. Sebbene la caccia rappresenti per molti una parentesi nella moderna routine, è comunque in grado di riconnetterci alle nostre origini. Lo sguardo di un camoscio abbattuto è lo stesso che anche i nostri antenati dovevano trovarsi a sostenere. È forse questa l’ultima scintilla atavica che ci rimane? L’ultimo superstite filo di Arianna con il nostro passato? Scendiamo a valle mentre penso ai versi di Dylan Thomas. Le emozioni del momento mi spingono, forse un po’ presuntuosamente, a parafrasare le sue parole. In un tempo in cui l’eccesso di comodità ci induce ad arrenderci di fronte alle difficoltà, perdiamo ogni giorno un pezzo di quella primordiale bellezza che il mondo ci ha da sempre offerto.
Ci allontaniamo dalla luce, smettendo di cercare la profonda connessione con la natura. In questo senso il cacciatore è una figura in controtendenza. Il suo peregrinare solo per montagne, in luoghi spesso inaccessibili, è il più puro grido di libertà nell’era moderna. Colui che rifiuta le convenzioni imposte dalla modernità e infuria, e infuria contro il morire della luce…







Note tecniche
Location: CATO2 Alta Val di Susa, comune di Cesana Torinese
Arma: Blaser k95, calibro 7mm Remington Magnum
Ottica: Swarovski Z6i 5-30×50 montato su compensatore di traiettoria ErmeSport
Binocolo: Swarovski El Range 10×42
Spektive: Zeiss Diascope 85 con oculare 20-75x
Abbigliamento: Trabaldo serie Alpine Challenge. Pantalone Ascent Black, capospalla modelli Krest e Glacier.






















