Quando il selvatico fugge via senza apparenti reazioni non si dovrebbe commettere mai l’errore di ritenerlo mancato, perlomeno fino a prova contraria; solo un’accurata analisi dell’Anschuß potrebbe farci comprendere se l’animale sia stato colpito e, in tal caso, quanto sia grave la ferita
A cura di Giuseppe Maran
Per poter affrontare il tema relativo alla valutazione dell’Anschuß è necessario innanzitutto comprendere lo spirito con il quale si caccia e quale sia il risultato che si vuole ottenere. Fatto ciò è importante valutare quale arma (calibro della carabina e tipologia del proiettile) si intende utilizzare e quale approccio al tiro preferire.
Tutto ciò potrebbe sembrare scontato, ma purtroppo non lo è affatto. Accade spesso di fare una gran confusione, mettendo sullo stesso piano il tiro che si pratica durante la caccia in battuta con quello che invece si esegue nello svolgimento del prelievo all’aspetto. Anche l’obiettivo che si vuol raggiungere ha la sua importanza; difatti un conto è voler a tutti i costi catturare un selvatico per impossessarsi unicamente del suo trofeo, altro è quello di voler ottenere principalmente della carne di ottima qualità con un colpo che danneggi il meno possibile la preziosa spoglia.
Queste considerazioni dovremmo farle tutti ancor prima di uscire a caccia al fine d’ottimizzarne il risultato. Il conduttore di cane da traccia, prima ancora d’iniziare la ricerca, deve necessariamente intervistare, in merito a tali scelte, colui che ha sparato al fine di farsi un’idea più precisa su come siano potute andare le cose durante il tiro.
Quindi, senza esprimere la propria idea contro un tipo di scelta rispetto ad un altro e senza definire maggiormente “etico” un tipo di approccio al tiro rispetto agli altri, prendiamo in esame (solo in questa serie di articoli) unicamente il prelievo di tipo selettivo volto a garantire un abbattimento efficace e conveniente dal punto di vista della qualità della carne.
Premessa
La caccia, che sino a qualche anno fa era percepita come semplice attività ludica o sportiva, oggi ha assunto una connotazione del tutto nuova. Essa è considerata difatti un indispensabile strumento di gestione del prezioso patrimonio costituito dagli animali selvatici. In questo nuovo contesto socio culturale ad un certo genere di cacciatore si chiede dunque di prendere parte anche ai programmi di contenimento demografico di quelle specie che entrano oltremisura in conflitto con le attività antropiche.
Queste due attività (caccia e controllo) procurano, come è facile immaginare, una significativa quantità di carne ormai divenuta un vero e proprio prodotto di nicchia. Non si può dunque negare che il cacciatore/controllore possa considerarsi in realtà un produttore primario di questa risorsa naturale rinnovabile.
Alla luce di ciò è quindi importante che l’abbattimento sia portato a termine nel modo più rapido possibile e, aspetto non meno importante, senza rovinare più dello stretto necessario la preziosa spoglia. Spetta pertanto a chi spara piazzare il colpo nel punto più appropriato, cercando di raggiungere il giusto equilibrio tra la micidialità della propria arma ed il massimo contenimento del danno alle masse muscolari.
Nonostante tutte le attenzioni può comunque accadere che il selvatico non cada fulminato sul posto. Dopo lo sparo, l’improvvisa ed imprevista fuga dell’animale genera nell’uomo dapprima sorpresa e poi addirittura frustrazione. L’avvilimento deriva perlopiù dalla difficoltà nel capire ciò che effettivamente sia accaduto.
L’animale potrebbe infatti essere stato ferito in forma lieve, grave, gravissima o potrebbe essere stato addirittura mancato.
Ma quale di queste ipotesi potrebbe essere quella giusta?
Lo si potrà scoprire solo attraverso una puntuale individuazione dell’Anschuß ed un’accurata analisi degli indici di ferimento. La buona riuscita di tale complessa indagine dipende sempre dalle personali conoscenze, acquisite attraverso un approfondito studio teorico, e da una pratica assidua.
La sola pratica purtroppo non è mai sufficiente!
Armi, munizioni e allenamento
Per un prelievo corretto e conveniente è determinante la scelta dell’arma, del calibro e del proiettile da impiegare. Per fare ciò in modo corretto è opportuno tener conto di pochi concetti:
1° – La pallottola dotata di energia e velocità sovrabbondanti (per un determinato selvatico ad una precisa distanza) non può mai compensare un errore di mira; per uccidere in modo rapido si devono colpire con precisione gli organi vitali in profondità.

L’eccesso di potenza disponibile comporta solo:
- un rilevante danno alla spoglia provocato dai fenomeni indotti, dovuti quasi sempre alla sproporzionata energia del proiettile al momento dell’impatto;
- un eccessivo aumento del rinculo dell’arma che, non essendo sempre facile da gestire, determina spesso un’inferiore precisione nel tiro.
Un chiaro esempio è quello dei due proiettili identici, del peso di 11,7 grammi (180 grani), sparati con due carabine uguali per modello e marca, una in calibro .308 Winchester e l’altra in calibro .30-06 Springfield. Quando essi colpiscono il selvatico, alla medesima distanza (metri 200) e nello stesso identico punto anatomico (subito sopra il cuore), ai fini dell’abbattimento non cambia sostanzialmente nulla. La morte dell’animale non dipende affatto da quel 10% in più di energia, di cui dispone il secondo proiettile, quello in calibro .30-06. L’unica differenza realmente percepibile sarà solo il maggiore rinculo dell’arma più potente.
L’energia che la carabina scarica sulla spalla difatti cresce con l’aumentare del calibro impiegato provocando fitte più o meno fastidiose. Tale disturbo finisce sempre per influire negativamente sull’accuratezza del tiro. La minore precisione ovviamene non è imputabile al brusco arretramento dell’arma, bensì alle contrazioni muscolari che si assumono inconsciamente un istante prima di tirare il grilletto.
A caccia quasi mai è necessaria tanta energia cinetica. Le carabine di grosso calibro dovrebbero essere dunque impiegate solo per la reale necessità di effettuare tiri a lunga distanza; in tal caso però si deve mettere in atto un buon addestramento al poligono per esercitarsi a gestire correttamente il maggior rinculo.
2° – La scelta del calibro per la propria carabina va dunque fatta con ponderatezza, riflettendo anche sul fatto che ne esistono tanti, ognuno per esigenze diverse. Di conseguenza sarebbe preferibile scegliere la propria arma più in funzione della distanza massima alla quale si dovrà sparare che della specie da prelevare.

Esistono dunque carabine di calibro diverso per differenti distanze di tiro e per piazzare con precisione ed efficacia il colpo su qualsiasi ungulato europeo; entro i duecento metri di distanza sarà più che sufficiente una carabina camerata nei calibri .270, 7X64, .308, 8X57 e simili. Se invece si dovesse sparare molto più distante, è consigliabile impiegare un’arma camerata nei calibri .270 Weatherby Magnum, 7 mm Remington Magnum, .300 Winchester Magnum, 8X68 Shuler e simili. Qualora anche questi dovessero essere insufficienti, per tiri decisamente molto più lunghi (per esempio nella steppa mongola), si potrà sempre ricorrere ad un calibro più prestante, come il .338 Lapua Magnum.
A caccia, quando è possibile, è consigliabile ridurre la distanza di tiro al minimo al fine di riuscire a colpire il bersaglio con maggiore convinzione e sicurezza. Imporsi dunque di sparare entro il limite massimo di centocinquanta/duecento metri di distanza, semplifica di molto le cose; si può per esempio riuscire a percepire il rumore della corsa disordinata dell’animale quando non cade sul posto e ad intuirne perfino la direzione di fuga. Inoltre il ritrovamento dell’Anschuß, per il necessario controllo, diventa decisamente più agevole.
3° – Per effettuare un abbattimento corretto, oltre ad essere sempre certi di disporre di un’arma sufficientemente potente, senza mai eccedere, è indispensabile addestrarsi a sparare con precisione mantenendosi allenati per acquisire la necessaria dimestichezza con l’arma. Sarebbe bene iniziare col posizionare le sagome prima a breve distanza (100 metri?) e solo successivamente aumentarla per gradi. I classici bersagli a cerchi concentrici risultano molto utili solo per tarare l’arma. Invece, per l’addestramento e l’allenamento al tiro di caccia, andrebbero usate molto semplicemente immagini (foto, disegni, silhouette) di un ungulato a grandezza naturale, dove i riferimenti per far centro siano solo quelli anatomici.
Inoltre sarebbe preferibile evitare di sparare seduti, appoggiando carabina e gomiti al caratteristico banco da poligono; stendersi a terra, sostenendo l’arma con lo zaino o se si preferisce con un bipiede, è decisamente meglio. Oltre ad assumere quest’ultima postura, che si potrebbe definire ideale, è importante anche imparare a sparare, in ginocchio e in piedi, aiutandosi con un bastone da caccia (monopiede, bipiede o treppiede).

Cenni d’anatomia animale
Per portare a termine con successo un abbattimento colpendo un’area altamente vitale, si devono necessariamente avere delle nozioni, seppure minime, utili ad individuare con esattezza il punto in cui piazzare il colpo risolutivo. L’anatomia del selvatico da cacciare deve pertanto non solo essere conosciuta, ma sempre ben presente nella mente di chi si appresta a sparare.
La testa ed il collo

Le ossa del cranio racchiudono il cervello dal quale ha inizio il midollo spinale che si sviluppa lungo il canale vertebrale. Entrambi (encefalo più midollo) costituiscono il “sistema nervoso centrale” che funziona come una vera e propria cabina di controllo e di comando per tutte le funzioni del corpo.
La pallottola, che distrugge parte dell’encefalo oppure del midollo contenuto nelle vertebre cervicali, interrompe immediatamente le funzioni volontarie (il movimento, la fuga, …) e subito dopo quelle definite autonome (la respirazione, il battito cardiaco, la pressione arteriosa, …). In altre parole il danno cerebrale rappresenta uno stadio irreversibile del processo di morte, ma non il momento conclusivo che invece si raggiunge solo con la conseguente cessazione di tutte le altre funzioni dell’organismo.
Al contrario, il colpo che lacera il midollo spinale racchiuso nelle vertebre del tratto dorsale e lombare paralizza il selvatico che, pur non riuscendo più a spostarsi, continua a respirare e ad esser vigile.
La morte può sopraggiungere nel giro di poco tempo, per emorragia massiva, solo quando viene squarciata anche l’aorta (toracica oppure addominale) che decorre subito sotto la colonna vertebrale.
Il torace

All’interno della cassa toracica, in mezzo ai due parenchimi polmonari (compartimento mediastinico), sono disposti: il cuore, i grossi vasi sanguigni che entrano ed escono dal cuore, l’esofago, la trachea, il nervo frenico ed il nervo vago.
Il proiettile che trapassa la cassa toracica, subito sopra il cuore, danneggia seriamente organi ed apparati indispensabili per la vita.
In seguito ad una lesione di questa gravità il selvatico cade subito a terra o percorre al massimo pochi metri.
L’addome

L’ampia area addominale si estende dal muscolo diaframmatico fino al bacino. Al suo interno si trovano: lo stomaco, l’intestino, il fegato, la milza, l’aorta addominale, la vena cava inferiore, i reni, la vescica e, nelle femmine, anche l’utero e le ovaie. Il proiettile che attraversa il selvatico in un qualsiasi punto dell’addome determina seri danni che, solitamente, provocano all’animale un’agonia che potrebbe protrarsi per ore o addirittura per giorni.
La fine può essere abbastanza rapida solo quando la lesione comporta anche la lacerazione dell’aorta addominale oppure della vena cava.
Gli arti
Gli arti sono costituiti da ossa lunghe intorno alle quali si sviluppano le masse muscolari. Partendo dall’alto, quelle della zampa anteriore sono: omero, radio ed ulna. Ancora più in basso vi sono quelle del carpo, del metacarpo e poi delle falangi.
Le ossa dell’arto posteriore, sempre partendo dall’alto, sono: femore, tibia e perone.
Continuando a scendere si incontrano quelle del tarso, del metatarso ed infine delle falangi. Una pallottola che colpisce un arto non provoca quasi mai la morte del selvatico in tempi brevi. Essa di solito sopraggiunge, dopo molto tempo, per altre cause (predazione, sepsi, …).
Nel caso in cui si tratti di un colpo all’omero, con traiettoria dal basso verso l’alto, il proiettile finisce per interessare anche gli organi interni alla gabbia toracica.
Un colpo al femore, diretto dall’alto verso il basso, potrebbe lacerare anche la vicina arteria con conseguente emorragia grave (shock ipovolemico). Diversamente, lo stesso colpo eseguito dal basso danneggia seriamente anche gli organi addominali.
Le ossa lunghe degli arti presentano le seguenti caratteristiche principali:
- esternamente, sono lisce e compatte;
- nelle due estremità (epifisi) la parte interna (tessuto trabecolare) è porosa;
- al centro (diafasi), la forma è tubulare e racchiude il midollo osseo che ha densità semifluida e al tatto risulta viscoso ed unge le dita.
Un proiettile indirizzato alla cassa toracica che sfortunatamente va troppo basso, solitamente spezza il radio e l’ulna. Le schegge ossee possono cadere sull’Anschuß oppure lungo la via di fuga del selvatico.
Il colpo alla testa o al collo
“Blatt” è un termine del lessico venatorio tedesco che indica una precisa e ristretta area anatomica. Anche nei manuali italiani, specifici per questo genere di caccia, si consiglia di colpire il selvatico esclusivamente in questo punto dell’area toracica. Tuttavia qualche cacciatore si ostina ancora a mirare al centro della scatola cranica oppure alle vertebre del collo; centrare uno di questi punti è veramente difficile ed oltremodo rischioso, ma allora perché qualcuno continua ancora a farlo?

Di certo non si può negare che, almeno una volta, sia successo più o meno a tutti di prendere in considerazione questo tiro; per esempio, quando per settimane si cerca di abbattere un determinato maschio di capriolo e, a causa della vegetazione troppo alta, non si riesce mai a scorgerne completamente il torace. Nella maggior parte dei casi, però, la motivazione che spinge il cacciatore a compiere questa sconsiderata scelta non è sempre ovvia. Spesso entrano in gioco fattori psicologici ben più complessi, ma non per questo difficili da individuare; chi deliberatamente sceglie di eseguire tiri così rischiosi molto probabilmente lo fa per esibizionismo, scarsa preparazione o inesperienza.

Per dimostrare che il tiro al collo è un grosso errore tecnico è stata realizzata una simulazione di caccia al capriolo con numerosi colpi sparati su sagome raffiguranti questo ungulato. Sul retro delle fotografie del selvatico, stampate a grandezza naturale, è stata riportata l’esatta posizione delle vertebre cervicali, della trachea, dell’esofago e delle carotidi. Per riprodurre l’effetto della vegetazione alta, sono stati utilizzati dei pezzi di rete mimetica. Con tale accorgimento è stato schermato il tronco dell’animale lasciando così visibili solo il collo e la testa. Sono state poi scelte quattro persone esperte che hanno utilizzato carabine di diverso calibro (6.5×57, 7x57R, .222 Remington, .30-06 Springfield), tutte corredate di cannocchiale di puntamento. I tiri sono stati eseguiti a differenti distanze: prima a trenta metri, poi a sessanta ed infine a cento. I cacciatori hanno sempre sparato stando ben appoggiati sopra un solido tavolo da poligono. L’unica condizione da rispettare, in modo rigoroso, è stata quella di dover eseguire ogni singolo tiro entro quattro secondi. Questa limitazione del tempo di mira si è resa necessaria in quanto, nella realtà, raramente testa e collo dell’animale restano perfettamente immobili per un periodo maggiore.

Dalla simulazione è emerso che le vertebre del collo di un capriolo offrono una area-bersaglio solo di circa quattro centimetri di diametro e che per centrare parti del corpo di dimensioni così piccole quattro secondi, per prendere la mira, non sono quasi mai sufficienti. Inoltre le vertebre non si trovano tutte al centro del collo; esse difatti sono diversamente dislocate in base alla loro distanza dal cranio.
Con i primi quattro colpi, esplosi a trenta metri di distanza, i tiratori non sono riusciti a centrare il punto corrispondente alle parti ossee. Solo successivamente, anche se il bersaglio era più distante, l’esperienza acquisita ha loro permesso una maggiore precisione.
Nella caccia di selezione però quello che conta è sempre il primo ed unico colpo!

Nei tiri effettuati invece alla base del collo, nel punto in cui le vertebre incontrano la gabbia toracica il successo è stato del 92% con un 8% di ferite a carico di trachea, esofago e giugulari. Lesioni queste che avrebbero determinato, nella realtà, una fuga del selvatico non sempre breve; nei colpi piazzati più o meno a metà distanza tra il cranio e la base del collo, il successo è stato invece del 75%. Qui la percentuale dei ferimenti è stata dunque del 25%, molti di questi (16%) nella realtà sarebbero stati animali irraggiungibili perché il tipo di ferita li avrebbe sì uccisi, ma solo dopo molto tempo.
Successivamente i tiratori, rimossa la rete mimetica, hanno effettuato il classico tiro al Blatt. Questa volta il successo è stato del 100%.
Nell’analisi di questo test va tenuto conto anche delle ottimali condizioni offerte da quel campo di tiro, quali la più totale immobilità del bersaglio, le buone condizioni d’illuminazione e la possibilità di acquisire sicurezza eseguendo più tiri, in fasi successive, sulla medesima sagoma. Pertanto si può immaginare che, in una reale azione di caccia, dove perfino la componente emotiva gioca a sfavore del cacciatore, la percentuale di successo potrebbe solo diminuire.
Nel prossimo numero prenderemo in esame il colpo al Blatt valutando anche se sia davvero sempre così importante che il selvatico cada sull’ombra.






















